Rai giovane e social. Ma solo sull’online

UnknownNon chiamatela solo tv sul web. La nuova piattaforma on line della Rai – “Ray” -, lanciata l’8 febbraio scorso, non nasce solo con l’obiettivo di ringiovanire l’anziano e casalingo pubblico Rai, puntando ad attrarre i 15-30enni ormai desaparecidi dal servizio pubblico. Ma anche con l’idea, quasi un’ossessione, di coinvolgerli, renderli protagonisti, stanarli dalle loro stanzette: sia attraverso gli immancabili social, sia attraverso inviti ad essere coproduttori o coprotagonisti delle nuove web-serie. Così, ecco la sezione speciale “Play di Ray”, dove di può scaricare l’app dei braccialetti rossi per poi giocarci e guadagnare punti, inviare le foto del #BRLIVE (l’evento Braccialetti rossi dal vivo), mandare un video per partecipare al nuovo web talent Due posti al sole o diventare protagonista – “Be you!!” – della nuova webserie musicale “Io credo che lassù”. Il resto della piattaforma, nata dalla collaborazione tra Rai Fiction, la Direzione Tecnologia e Produzioni e la Direzione Relazioni esterne, è fatta soprattutto da mini puntate di serie create, appunto, per il web. Dall’inquietante “Under”, storia di sei ragazzi chiusi in un bunker dove solo uno di loro potrà sopravvivere, all’adolescenziale “Io tra vent’anni”.

E appunto la prima cosa che balza all’occhio è che ancora non ci sia grande certezza sull’effettivo target al quale ci si vuole rivolgere: così si strizza l’occhio al quattordicenne inquieto con un linguaggio alla Muccino, ma anche – con la web serie “L’amore ai tempi del precariato” – al neolaureato un po’ sfigato, e pure al trentenne che magari apprezza la satira con gli episodi del “Candidato”: il tutto in un tripudio di messaggi che inneggiano alla partecipazione, alla community ma anche all’esaltazione del talento individuale, all’essere al centro, protagonisti, unici, irripetibili. Insomma, giovani e semi-giovani, mentre la società vi snobba, Ray vi cerca disperatamente. E alla fine l’esperimento non è neanche del tutto mal riuscito, a parte l’infelice nome che rimanda alla provincialissima convinzione che per fare modernità basti aggiungere da qualche parte un’anglossassone “y”. Il punto vero è un altro: come  farà questo universo moderno e competitivo ad integrarsi con quello del paleolitico della Rai vera e propria? Come possono convivere competenze, ed etiche, così diverse, come quella della direttrice di Rai fiction Eleonora Andreatta, che sta cercando nuovi linguaggi e nuovi contenuti, e quello –  orrendo eppure ancora vivo e vegeto – del consiglio Verro e dei suoi compagni? Sembra proprio che la Rai sia lo specchio della società: da un lato il potere ancora saldo in mano a uomini inguardabili, dall’altro i capaci che provano a sperimentarsi e dialogare con quelli che la (pessima) élite ignora. Un dualismo che forse potrà attutirsi a furia di contaminazione (e crisi economica, che per certi versi costringe a tagliare alcune rendite di potere): ma quanto tempo occorrerà? Nel frattempo, almeno, ci si può consolare guardando Ray.rai.it senza pagare il canone. Ma anche questo, appunto, suscita un’altra domanda: che fare di una delle tasse più odiate dagli italiani quando la tv – presto – sarà interamente trasferita sul web?

Pubblicato sul Fatto del 21 febbraio 2015.

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