«Prostituzione, il problema sono le condizioni, non il mestiere»

giorgia_serughetti2«Il caso Roma? Almeno si discute di prostituzione: un tema che bisognerebbe affrontare senza ipocrisie, contrastando lo sfruttamento ma anche lavorando alla riduzione del danno, senza pensare che tutte le prostitute siano vittime. Ci sono donne che vorrebbero essere solo messe in condizioni migliori di esercitare il loro lavoro». Giorgia Serughetti, ricercatrice all’Università di Milano, è un’esperta del fenomeno e autrice, tra l’altro, di Uomini che pagano le donne (Ediesse editore).

Il cosiddetto  “zoning” proposto per il quartiere dell’Eur a Roma è possibile all’interno del nostro quadro normativo?

Sì, non è in contrasto, infatti è un modello attuato già a Venezia in un esperimento che aveva coinvolto tutti gli attori, il comune, i servizi sociali, l’associazionismo di settore. Anche nel nostro quadro legislativo, che considera reato le attività connesse alla prostituzione, un’amministrazione pubblica come il comune di Roma può decidere di non permettere la prostituzione in alcune zone, senza vietarla: è una questione di gestione dello spazio pubblico. D’altronde già una legge del 2008 aveva dato ai sindaci la possibilità di normare su questioni di pubblico decoro, e il risultato sono state pessime ordinanze antiprostituzione.

Marino ha detto che sanzionerà i clienti fuori dalle zone previste. Nel frattempo il Pd si è spaccato. 

Secondo me le sanzioni sono sbagliate, mentre è giusta l’idea di potenziare le unità di strada – se di questo si tratta – dando una serie di servizi aggiuntivi: illuminazione, pulizia, bagni chimici,  preservativi, informazioni su possibilità alternative. In modo da rendere più sicure quelle aree, in un’ottica non di ghettizzazione, ma di riduzione del danno, che non significa avallare il fenomeno. Il racconto dei tg di questi giorni è di una povertà assoluta, se ne parla soprattutto come una questione di decoro urbano: ma il punto non è solo questo, specie se l’obiettivo è proteggere le donne.

Creare strade riservate è una via alternativa al cosiddetto “modello Amsterdam”?

No, ma si potrebbe nel frattempo, se si apre una discussione vera e informata, pensare anche a una riforma della legge nazionale. Depenalizzare alcuni reati previsti dalla Legge Merlin, come chiede il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, non significa per forza immaginare un modello iper-regolamentista, come i maxi bordelli di Zurigo, ma piuttosto creare le condizioni per cui le donne possano esercitare la prostituzione in appartamento, in un quadro di trasparenza anche fiscale (nulla a che vedere con le case chiuse). Oggi non è possibile affittare un appartamento a prezzo di mercato a prostitute perché si potrebbe essere accusati di favoreggiamento, così come non si può fare loro un book fotografico. Sono attività che potrebbero essere depenalizzate, mentre lo sfruttamento resterebbe sempre reato.  Comunque una sacca di prostituzione esercitata illegalmente esisterà sempre.

Perché, e come si potrebbe contrastarla?

Perché la prostituzione si intreccia con i problemi legati alla migrazione e ci sarà sempre ad esempio, chi non ha il permesso di soggiorno. Ma nessun disegno serio può funzionare se non si considera che, tra la libera imprenditrice e la schiava, c’è un’enorme zona grigia, dove ci sono persone, non solo donne, per cui prostituirsi resta un’opzione funzionale al progetto migratorio o economicamente più razionale, ad esempio, di un lavoro come badante.

Quindi lei non crede che tutte le prostitute siano vittime?

Non sottovaluto il discorso dell’associazionismo cattolico e della Chiesa, ma loro hanno una visione del tutto incentrata sulla tratta, che non riconosce la prostituzione volontaria. In questo convergono con una certa visione femminista per cui la prostituzione è sempre una forma di sfruttamento. Ma così non se ne esce: ci vorrebbe invece un quadro legislativo meno ostile a chi vuole lavorare in condizioni non degradate. E poi bisognerebbe capire chi sono i clienti, perché esiste questa domanda, invece di pensare solo come punirli.

Pubblicato sul Fatto quotidiano di martedì 9 febbraio 2015.

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