Dolci dopo il tiggì, quando il dessert (televisivo) è troppo

UnknownQuale idea rivoluzionaria inventarsi per variare l’immaginario televisivo della Rai? Ad esempio, un programma di cucina, da piazzare magari dopo La prova del cuoco e dopo il tg1, per completare il pasto lasciando il notiziario come l’intervallo buono soprattutto a digerire, prima dell’ultima portata. Si chiama Dolci dopo il tiggì, è sempre condotto da Antonella Clerici e va in onda da quest’autunno tutti i giorni su Raiuno alle 14.05, in uno studio che è un trionfo di fiocchi rosa-celeste, lecca lecca, cuoricini, tavolini a forma di cup cake.  La formula, che ieri ha compiuto la centesima puntata, è elementare: due cuochi fanno dei dolci e un terzo cuoco decide chi dei due ha vinto. Nonostante il tempo breve, il ritmo è lento e a parte la solita sequela di gesti culinari – che ormai hanno reso, ad esempio, un banale documentario per animali una merce rarissima e inaspettata sui canali in chiaro – non ci sono grandi variazioni o intermezzi. E infatti l’attenzione cala, anche Antonella si annoia, partono le canzoni e lei neanche ci fa più caso, racconta distrattamente, lasciando la cuoca mezza scioccata, che scongela il gelato col microonde; oppure, dimenticando che il suo target è diverso da di chi manda i figli ad equitazione, che sua figlia vuole una torta con un cavallo sopra. Ma la passione non è finita, perché prima di passare la linea bisogna attraversare il calvario del giochino Dolcetto o scherzetto?. Dove le domande confezionate dagli autori, e il meccanismo per vincere qualche centinaio di euro, sono talmente elementari da far vacillare la stessa Clerici, che d’altronde alle ascoltatrici al telefono chiede in alternativa se piova o se ci sia il sole, se ci sia il sole oppure piova.

Insomma il dessert sembra troppo: sia per il suo pubblico, che già sazio dopo la Prova del cuoco vira verso il gossip o la fiction, sia per la conduttrice, che ti immagini a casa nutrirsi di surgelati pur di non vedersi intorno casseruole e colini. Dolci dopo il tiggì, voluto da Giancarlo Leone, conferma la sensazione di sempre: e cioè che la Clerici sia inchiodata a un eterno, tragico (per modo di dire) destino: non combaciare esattamente col suo pubblico di casalinghe di oltre mezza età, eppure non riuscirne a farne a meno, cambiando se stessa, il suo parrucchiere e il suo target. Chissà se col suo nuovo show del sabato sera, Senza parole, in onda da aprile, perverrà nell’intento di ringiovanire i suoi ascolti. Intanto per concentrarsi meglio, o forse per lo scarso share, a marzo Dolci dopo il tiggì chiude, col suo corredo di zuccherosi sfondi e caramellosi arredi. Lasciando un unico rimpianto allo spettatore passato per caso: poter provare, in epoca di guerra al burro e al latte e di esaltazione vegano-macrobiotica, il piacere di vedere dolci barocchi, con tanto di coloranti e roselline glassate, senza pensare automaticamente al male. Non proprio però una scelta di merito per la Rai, che anzi togliere il burro alla casalinga affezionata sarebbe stato un atto visionario che il servizio pubblico non può permettersi. Come forse non può permettersi, ancora, un tg1 che il normale ascoltatore di news ancora scarta quando vuole sapere esattamente come sono andate  le cose.

Pubblicato su Il fatto quotidiano di venerdì 6 febbraio 2015.

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