Diffamazione, la nuova censura

UnknownChi ha pianto i morti di Parigi, e celebrato il funerale della libertà di stampa e di satira, dovrebbe con coerenza guardare ai tentativi di mettere sempre nuovi bavagli in casa nostra ai giornali e ai giornalisti che raccontano i fatti più sgraditi a chi detiene il potere. Ad esempio, al fatto che il parlamento italiano si appresta a votare un testo di legge sulla diffamazione che, se approvato, limiterebbe ulteriormente la già circoscritta libertà di espressione nel nostro paese, nel quale col pretesto dell’accusa di diffamazione si riducono giornalisti sul lastrico e si fanno chiudere giornali (come raccontano la vicenda di Pino Cavuoti, che ha fatto una colletta per racimolare i soldi di un risarcimento, e del mensile storico “La Voce delle Voci”, che ha interrotto le pubblicazioni a seguito di una condanna). L’aspetto più pericoloso della proposta riguarda l’importo delle sanzioni pecuniarie che sostituirebbero il carcere previsto dalla vecchia normativa (una misura chiesta da tempo immemore da tutti gli organismi internazionale).

Possono arrivare a 50.000 euro e non sono commisurate alle dimensioni della testata né al reddito del giornalista. È evidente che una condanna costringerebbe alla chiusura piccole e medie redazioni indipendenti, cartacee e online, che spesso sopravvivono con entrate scarse o scarsissime, per non parlare degli effetti devastanti sulle esistenze dei singoli giornalisti, la maggior parte dei quali è chiamata a rispondere con il proprio patrimonio personale: sia perché gli editori non li coprono sia perché, essendo la diffamazione un reato, non potranno difendersi dalle conseguenze con  un’assicurazione professionale di responsabilità civile finché non ci sarà la depenalizzazione invocata da tutte le istituzioni europee e ignorata dal parlamento italiano.

Il secondo aspetto negativo che la proposta di legge introduce è un diritto di rettifica senza commento, cioè senza possibilità di replica o commento dell’autore dell’articolo o del direttore; terzo aspetto, l’introduzione di un generico diritto all’oblio che consente indiscriminate richieste di rimozione di notizie dal web a qualsiasi fonte informativa, sito, blog, motore di ricerca etc. Ma soprattutto la legge contrasta molto debolmente una tendenza sempre più diffusa, quella dell’uso intimidatorio della querela o della citazione per danni, norme che oggi permettono impunemente a querelanti pretestuosi di tenere sotto processo per anni i giornalisti senza fondato motivo, anche sul doppio binario civile e penale. Chi querela pretestuosamente, avanzando pretese di risarcimento anche di milioni di euro (che devono essere messe comunque a bilancio passivo da parte dei giornali) ottiene il suo scopo anche se alla fine il giudice gli dà ragione.

Contro il disegno di legge si è mobilitato un ampio  fronte: chi lavora nel giornalismo e chi si occupa di libertà di informazione  – come  l’associazione Articolo 21, Ossigeno per l’informazione, l’Associazione Nazionale Stampa Online, Confronti, Valigia Blu, MoveOn, Usigrai, Libertà e partecipazione, Libera informazione e FNSI, Cgil, Cisl, e molti altri. “Questa proposta di legge è l’ennesimo provvedimento omnibus che introduce norme inadeguate o assolutamente deleterie nascondendole dietro il nobile obiettivo, di abolire il carcere,”, spiega il giornalista Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l’informazione, un’associazione che dal 2008 monitora i giornalisti minacciati in Italia. “Il nostro Osservatorio ha elencato negli ultimi sei anni 2100 intimidazioni a giornalisti, fra cui 850 querele pretestuose. Vari organismi internazionali hanno indicato numerose manchevolezze nel testo. Quanto alla rettifica senza commento, andrebbe almeno precisato che si vieta solo il commento contestuale, non i giorni successivi. Tutta la materia web e oblio, infine, andrebbe regolamentata in modo più serio, nell’ambito del diritto internazionale”. “Speriamo che i deputati”, ”, continua Spampinato,“facciano le modifiche necessarie, anche se su alcuni aspetti non si può più fare nulla. Ma il governo ha l’obbligo di fare una legge giusta. Non dica che se ne sta occupando il parlamento, perché quando si cambiano il codice penale e il codice civile, quando si modificano le norme su una libertà fondamentale, bisogna metterci la faccia. È giusto che chi sbaglia riceva una sanzione, ma in proporzione alla proprie possibilità e soprattutto non volta a impedire la possibilità di continuare a esercitare la professione”.

Pubblicato su Il fatto quotidiano di venerdì 6 febbraio 2015.

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