Dante in prosa? Serve (ma quanta nostalgia delle terzine)

Unknown“Ci sono notti di metà novembre, tra le valli umbre, che penetrano dentro come lame”. È l’inizio di un romanzo psicologico contemporaneo? No, l’incipit della Divina Commedia nella versione dello scrittore Francesco Fioretti. Che dopo aver scritto thriller danteschi di successo, si cimenta, in La selva oscura (Rizzoli), in un remake in prosa dell’Inferno dantesco. In cui, ad esempio, il grido dei suicidi trasformati in alberi, e spezzati involontariamente da Dante, si trasforma da “Perché mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietade alcuno?” a “Perché mi strazi? Non provi neanche un briciolo di pietà?”. La sensazione, per il colto, ma non troppo, lettore di libri italiano, è di un certo smarrimento: da un lato, non ci si ricorda a memoria il canto; dall’altro, leggerlo in prosa, per quanto lo sforzo narrativo dell’autore sia notevole, azzera le emozioni adolescenziali provate di fronte alla potenza del testo poetico, dando l’ammosciante impressione di mangiare un mesto liofilizzato invece del piatto originale. L’autore vorrebbe rendere Dante accessibile a tutti, specie ai somarissimi studenti di oggi: ma non bisogna essere conservatori snob del buon tempo andato per intuire che, se occorre tradurre “E quindi uscimmo a riveder le stelle” con “Di lì, uscirono a rivedere le stelle”, qualcosa di sostanziale – e forse irrimediabile? –  è andato perduto. E poi resta un dubbio: se la traduzione in prosa è del tutto fedele, perché sostituire i sodomiti con “i responsabili di gravi disastri ambientali” e Maometto con un “integralista di incerta religione”? Non è uno stridente tributo a una correttezza politica che poco dovrebbe avere a che fare con la letteratura?

Pubblicato su Il fatto cartaceo di sabato 7 febbraio 2015.

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