Cattelan, non basta un ospite cool a fare David Letterman

imagesSembra abbastanza disteso e a suo agio Alessandro Cattelan, forse perché, come dichiara poco dopo la sigla, tornare sul luogo del delitto, cioè partire con la seconda edizione di uno stesso programma (E poi c’è Cattelan, giovedì su Sky uno alle 23.20)  è più facile: come il secondo figlio, poche ansie, rodaggio già alle spalle. La clip iniziale gioca, piuttosto, sul timore dell’intervistato di andare onda: per la prima puntata, c’è Cesare Cremonini, ripreso in bagno indeciso sul da farsi fino all’arrivo di un Carlo Cracco in veste di spronatore anti-paralisi (“Vai a fare questa cazzo di intervista!”). Non è chiaro, però, di cosa avrebbe dovuto avere paura Cremonini. Perché E poi c’è Cattelan è confezionato esattamente per mettere l’ospite non solo a suo agio, ma creare un clima goliardico, tipo spogliatoio maschile (rigorosamente per nati negli anni Ottanta),  a base di battute e scherzetti, di regalini reciproci e ricordi adolescenziali.

Nessun vero monologo iniziale del conduttore – quello che invece un po’ di aspetteresti – che però cerca di farne una sorta di parodia  attraverso il classico repertorio dei fatti di cronaca inverosimili e assurdi per poi riparare sulla battuta politicamente scorretta (“Ci hanno detto che mancava la figura femminile, noi l’abbiamo aggiunta, ecco la nostra scrivania”), e iniziare così la parte delle interviste: per la prima puntata, oltre a Cremonini, Maccio Capatonda e Herbert Ballerina. Ma sono proprio le interviste la parte debole: ci si aspetterebbe che il personaggio venisse messo più a fuoco, magari attraverso il racconto di aspetti della vita e professionale e privata non proprio arcinoti o qualche domanda su fatti di attualità che lasci la piacevole sensazione di scoprire qualche lato e opinione inediti dell’intervistato. Invece, il programma – forse per colpa di autori deboli? – confonde l’ironia con un contenuto, invece che con un modo di raccontare le cose. Così, per cercare a tutti i costi l’idea di un programma che diverta, che sia leggero, brillante, metropolitano, post moderno, si finisce per ridurre le interviste a forzati siparietti e gag. Cremonini porta un maglione a Cattelan e Cattelan gli regala le calze con le Vespe, poi i due si fanno un giro per i palazzi di Sky su trespoletti a due ruote mentre vengono schizzati di schiuma: ma quello che resta, al massimo, è il racconto di quando il cantante toccò il culo a Mietta. Alla fine si ha l’impressione che Cattelan sia più bravo di E poi c’è Cattelan, dove perde quel fascino che il conduttore si è conquistato durante X Factor proprio puntando, invece che sul cazzeggio, sulla carta della serietà: spronando con reale affetto i concorrenti, richiamando all’ordine i giudici quando serviva, rappresentando la spalla su cui piangere per i parenti emozionati. Altro che modello Letterman: da noi siamo ancora fermi all’alternativa tra l’intervista seriosa e le domande che non devono mai né mettere in crisi né andare su temi scomodi. E dire che nello studio del Late Show si rideva anche parlando di malattie, guerra, politica. Anzi, l’ironia serviva a esorcizzare la paura, lasciando però intravedere l’assoluta serietà di ciò su cui si stava scherzando.

Pubblicato su Il fatto quotidiano del 1 febbraio 2015

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