Abolite quell’inglese ridicolo

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C’è chi ha pensato che il nome fosse stato ideato da un comunicatore astuto proprio per scatenare Twitter. Perché almeno così l’assegnazione di quel nome – Very Bello – al portale che pubblicizza, solo in italiano, gli eventi culturali italiani in vista dell’Expo avrebbe piazzato il ministro Dario Franceschini nella meno inquietante categoria del “ci fa” consapevolmente rispetto al “c’è” di chi non sa cosa cosa stia facendo. Ma tra quelli che in rete si domandavano  se l’inventore di cotanto logo fosse stato persino pagato, manifestando la propria incredulità (“Ma che #really davvero?”) e chi rilanciava l’utilizzo del “very” per ben più consistenti hashtag (come #veryappaltitruccati, #verymazzette, #verycorrotti), la verità la diceva soprattutto, in versi, l’account del Sommo Poeta Dante Alighieri. Very bello? “La frase d’un coatto di paese mi par, nell’approcciare una straniera, sfoggiando maccheronico il suo inglese”.

Provincialismo, appunto: questo dimostra l’utilizzo ormai diffuso di maldestre locuzioni inglesi da parte delle nostre istituzioni. Uso tragicamente “bipartisan”, come dimostra la storia dei flop dei vari portali di promozione del turismo italiano. Chi non ricorda il video del 2007, in cui l’allora ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli, in inglese semi-maccheronico, supplicava gli stranieri a visitare il sito Italia.it, “plis visit de uebsait bat plis visit Italy”? Voluto inizialmente dal governo Berlusconi, il sito – divoratore di 45 milioni di euro – fu rilanciato e poi chiuso nel 2008 dal governo Prodi, salvo poi essere riaperto, con ulteriore finanziamento di dieci milioni, dal successivo governo Berlusconi: oggi il dominio che dovrebbe guidare gli stranieri alla scoperta dell’Italia  è un mesto portale, ovviamente solo in lingua italiana, con 69.000 seguaci. E poi ci fu il caso, nel 2009, dello slogan “Magic Italy”: una scritta  su sfondo scuro con banda tricolore svelata in diretta con Emilio Fede da Michaela Brambilla, e legata a un progetto di rilancio dell’immagine dell’Italia costato quasi 3,5 milioni. Anche allora lo slogan fu preso di mira dalla rete (“Un accrocchio di luminescente barbarie grafica”, lo definì SocialDesignZine. “Magic Italy odora di televendite notturne dei primi anni delle tv commerciali”, scrisse il blog di design Emmebi). Quello che si sa meno è, invece, che in quelle circostanze il ministro Brambilla indicò come legato al progetto, sbagliandosi, il sito www.visititaly.it: l’unico portale che, oggi promuove il turismo, e le strutture ricettive italiane, in quattro lingue. Peccato che, come ci ha spiegato al telefono un gentile operatore, sia del tutto privato. “Noi siamo un’agenzia di promozione e comunicazione con casa madre in Svizzera. La gaffe del ministro Brambilla ci ha fruttato molte visite, ma anche interpellanze parlamentari su presunti, e inesistenti, fondi pubblici”. E del progetto Very Bello cosa pensate? “ Chissà come mai il governo non ha rilanciato Italia.it, invece di spendere ulteriori fondi”.

Ma tornando al provincialismo di chi usa parole inglesi al posto di quelle italiane: in un delizioso pamphlet, L’ospedale della lingua italiana (ed. Sicilia punto L), lo scrittore e attore Roberto Nobile ha stilato un catalogo delle parole italiane soppiantate barbaramente dall’inglese. E alla voce “banda”, quella “meraviglia luccicante di suoni e alamari” sostituita da “band”, fa un ironico appello a Jovanotti: “Io ti prego, se la banda è morta, lasciala riposare in pace, se è viva, chiamala banda. Dillo ai tuoi stimati colleghi, ai tuoi esegeti, dillo ai marescialli delle salmerie, agli organizzatori, agli assessori, agli editori, ai giornalisti, ai discografici, manda una parola saggia e sofferta che spazzi via il conformismo autistico di chi ha una tv nel cervello, aiuta nel tuo piccolo questo paese piccolo a non farsi ancora più piccolo, a non svendere i suoi beni, per mendicare poi quelli degli altri”. Anche gli esperti – alcuni dei quali cominciano a interrogarsi sulla sensatezza di tenere corsi universitari unicamente in inglese (come gli studiosi dell’Accademia della Crusca autori del libro Fuori l’italiano dall’università?, Laterza) -,  confermano: l’uso dell’inglese segnala solo l’impoverimento dell’italiano. “Un conto è infarcire il linguaggio di parole prese a prestito, un conto organizzare un pensiero complesso in una lingua che non è la propria”, spiega il pedagogista Benedetto Vertecchi, che parla, a proposito di chi usa l’inglese a casaccio, di “entusiasmo dei colonizzati”.  “E in fondo, poi, che differenza c’è tra parlare di spending review e citare in latino, come faceva don Abbondio, le cause di impedimento alla celebrazione del matrimonio? Mutatis mutandis, siamo di fronte a un latinorum attraverso il quale si esercita una forma di violenza”.  Molto meglio sarebbe, quasi,  mostrare di sapere utilizzare il dialetto, unito magari alla citazione cinematografica. Come ha scritto @RoxyTory su Twitter: ma  a #verybello”, scusate, “non sarebbe stato preferibile #unsaccobello?”.

Pubblicato su Il fatto quotidiano di martedì 27 gennaio 2015

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