È più grave se ad uccidere è una donna?

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Sono state chiamate impropriamente “bambine kamikaze”, quando invece erano solo vittime, le ragazzine fatte saltare a distanza dai terroristi di Boko Haram. Eppure c’è qualcosa di profondamente disturbante nell’idea di esseri umani femminili usati come armi. Così come turba intensamente l’immagine della terrorista del commando parigino: donna, velata, con kalashnikov. È come se gli eventi di queste ultime ore avessero violato un tabù nel tabù: l’uccisione senza pietà di persone innocenti e inermi per mano di una donna. Non che la violenza compiuta da una donna sia moralmente più grave di quella per mano di uomo, assioma che rischierebbe di inchiodare le donne al ruolo di essere inermi per definizione. Né si può dire che le donne detengano il monopolio del ruolo di protezione e cura di cui gli uomini non sarebbero capaci, altro stereotipo che rischia invece di inchiodare l’uomo al ruolo naturale, immutabile e tragico di un essere primitivo costretto alla caccia ma incapace di carezze e di amore.

Eppure il disagio maggiore che suscita una donna che uccide non è solo il segnale di un cliché culturale. Anche il culturalista più spinto, anche chi crede unicamente nell’origine sociale dei ruoli sente che un passo in più nel degrado morale è fatto quando una donna arriva a colpire, come se si fosse raggiunto un grado zero ulteriore della civiltà, oltre il quale può esistere solo un bambino che spara.  Se lenire, alleviare, mitigare, nutrire, allattare, cucire ciò che è rotto, mettere in relazione ciò che è distante non sono capacità solo femminili è vero che, anche nella cultura più paritaria, sono le donne soprattutto a compiere questo lavoro silenzioso e non riconosciuto senza il quale ogni società imploderebbe. Ed è per questo che vedere il bel volto di Hayat Boumedienne tra gli assassini fa più male che vedere quello dei suoi compagni.

Ma potersi difendere (e aggredire) come un uomo è rivoluzionario

di Lia Celi

«Teresa, ti prego, non scherzare col fucile», implorava Fred Buscaglione negli anni ’50. Ma una donna con un’arma non scherza mai, che sia l’arco dell’amazzone Pentesilea o di Katniss Everdeen di Hunger Games, la lancia di Giovanna d’Arco o di Clorinda, il fucile di Calamity Jane o della partigiana Iris Versari, la carabina delle guerrigliere curde e di Hayat Boumedienne. La fanciulla in armi è una figura antica e disturbante quanto le armi stesse. Costruite per gli uomini ma ambigue: quanto più gli strumenti per uccidere diventano leggeri e sofisticati e superano il corpo a corpo, tanto più possono annullare il presupposto fisico del dominio maschile, e cioè il fatto che la femmina è un essere da proteggere oppure da sopraffare. Potersi difendere da un uomo come farebbe un uomo è sconvolgere l’atavico ordine delle cose. »L’uomo non smette mai di stupirsi di fronte a una donna che diventa come lui» scrivevano Ida Farè e Franca Spirito in «Mara e le altre. Le donne e la lotta armata». «E anche le donne, a furia di sentirsi altre e diverse, tendono a rifiutare qualsiasi cosa che assomiglia vagamente all’uomo. E la guerra a prima vista assomiglia proprio all’uomo». È solo da uomini difendere la propria integrità fisica o combattere l’invasore, rifiutando i ruoli tradizionali, vittima o premio in natura? Se la violenza è male, lo è per entrambi i generi, e allora non indigniamoci se una donna prende un fucile, anche per una causa sbagliata o per rapinare una banca, più di quanto lo facciamo quando a sparare è un uomo. Partorire non rende le donne imbelli o automaticamente gandhiane. L’unica «madre della patria» ufficialmente riconosciuta è Anita Garibaldi, madre e pistolera provetta. Compagna di vita e di battaglie, capace di dare lezioni di coraggio anche a lui, che per questo l’amò per tutta la vita. Una vera e propria dipendenza dall’eroina.

Pubblicato su Il Fatto quotidiano d lunedì 19 gennaio 2015

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