Quando una lavoratrice autonoma si ammala

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Quando mi sono ammalata il mio primo pensiero non è stato come sarei guarita, ma chi avrebbe tenuto aperta la lavanderia”. Rosella ha cinquantadue anni quando scopre, nel maggio 2012, di avere un tumore al seno destro e comincia a curarsi al reparto Senologia di Pisa, mentre lei vive a Livorno. “Facevo avanti e indietro per sottorpomi alla radioterapia in pausa pranzo per non tenere chiuso il negozio“, racconta, “anche perché nel frattempo le spese continuavano a correre, affitto, luce, commercialista, INPS”. Proprio dall’INPS, al quale si era rivolta per chiedere una forma di sostegno, avendo sempre pagato i contributi, si sente rispondere che “non essendo una malattia che dipende dall’ambito lavorativo e non le impedisce di svolgere le sue mansioni non possiamo fare nulla. Se vuole una copertura per queste cose deve farsi un’assicurazione personale“.

La storia di Rosella è simile a quella di Sandra, grafica esperta di web design con una sua agenzia che ha dovuto chiudere a causa della malattia; o di Madina, per dodici anni ufficio stampa della Provincia di Padova, poi costretta dall’amministrazione pubblica ad aprire una partiva Iva che però non la copre in nessun modo quando si ammala e deve fare la chemioterapia; o, ancora, di Simona, art director con una società di comunicazione e una figlia, che dopo aver versato tasse, Ires, Irpef e contributi per oltre 160.000 euro si è vista riconoscere una pensione di 274 euro lordi mensili (ma non quella di invalidità, “perché nel 2012 vantavo un reddito superiore al minimo previsto, 13.000 euro, e l’INPS fa riferimento all’anno prima di ammalarsi”).

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