Masterchef, l’Apocalisse alla lunga stanca

imagesLa notizia è stata data persino dal Giornale di Sicilia, come un fatto di cronaca vera (e nera): “Masterchef, concorrente serve pollo crudo a Joe Bastianich”. Così, il video del giudice che, solenne, ricordava al concorrente Filippo che “noi non siamo qui per rischiare la vita con le tue creazioni di merda” faceva il giro del web esattamente come quello col recupero dei corpi dell’aereo malese. E non solo perché sul web è tutto uguale o perché i reality sono diventati più reali del vero, ma anche perché, ancor di più quest’anno, la cucina di Masterchef appare come un irrazionale universo concentrazionario in cui i concorrenti assomigliano ai sommersi e ai salvati di un lager: scampati per caso oppure soppressi senza pietà a causa di un minimo inciampo, di mezzo secondo di scarsa lucidità, di un mancato milligrammo di sale aggiunto. 

Gli aspiranti chef vengono fatti correre, sembra quasi la scena di un film neorealista, verso il banchetto degli ingredienti per  accaparrarsi qualcosa, peggio che al mercato nero. E la preparazione dei piatti si svolge in un’atmosfera bellico-apocalittica dove il lessico è quello della salvezza o della fine. Alcuni degli scampati che osservano dall’alto quelli che ancora potrebbero soccombere si dichiarano “preoccupati per alcune persone cui voglio bene”, notano una concorrente che “poverina, trema”, osservano le dure prove dei loro compagni commentando “Io muoio se a me capita una cosa così”. I giudici rivestono, ancor più delle edizioni passate, i panni degli imprevedibili gerarchi, quelli di cui non conosci le reazioni, quelli che potrebbero decidere la sorte del tuo grembiule Masterchef in base all’umore della puntata più che alla cottura del maiale.

E allora per passare tra le forche caudine dei Mystery Box, degli Invention o dei Pressure Test non basta più il talento, l’estro, la creatività, serve piuttosto una tyche benigna. Infatti, mentre nelle prove in esterno – proprio come in un regime che fuori dalle sue prigioni mostra la sua retorica autarchica-agreste – i concorrenti devo celebrare la festa della mietitura,  il cupo interno della cucina di Masterchef si riempie di imprecazioni dei giudici verso i dannati – “questo vuol dire che non sai un cazzo del nostro paese”, “non me ne frega niente di quello che dici”, “O ascolti o stai zitta” – addirittura un concorrente si taglia e comincia a sanguinare, mentre quando, infine, il condannato a lasciare la cucina viene scelto le reazioni sono quelle di chi vede un compagno di baracca preso per la fucilazione, “no, Carmine no, cazzo”.

Non è chiaro a chi guarda perché il montaggio, e autori e regia, abbiano voluto ancor più accentuare, magari loro malgrado, l’aspetto sadico-persecutorio dei giudici e la siderale (e immotivata) distanza dai concorrenti. L’estetica rossa e acciaio di Masterchef prevede coltelli affilati e nessuna pietà: solo che rischia di apparire grottesca, e fuori tempo massimo. Visto poi che, alla fine, il merito serve a poco rispetto alla messa in scena, tanto varrebbe cambiare registro. E magari buttarsi sulla goliardia e l’allegria, in fondo si gozzoviglia, facendo vincere il concorrente più simpatico, il battutaro del gruppo, pure se ti serve pasta aglio olio e pomodoro. Visti i tempi che corrono, più che un masterchef servirebbe un joyfulchef.

Pubblicato su Il Fatto di sabato 3 gennaio 2015.

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