L’inferno dei migranti, un calcio alla xenofobia

UnknownL’immagine che ti resta dentro, e ti accompagnerà forse per sempre, è quella di un bambino in piedi accanto alla sua anzianissima nonna, abbandonata su una vecchia sedia a rotelle alla stazione centrale di Milano. Quella stazione dove magari sei passato decine di volte senza mai notarli: loro, i profughi siriani, in fuga dalla guerra e al tempo stesso in fuga dall’Italia, dove non vogliono essere riconosciuti perché il diritto di asilo lo chiedono altrove, in Svezia, in Germania.

A raccontare in parallelo le esistenze di quelli che scappano da una situazione impossibile (siriani, ma anche africani, soprattutto provenienti da Eritrea e Sudan) per trovarne un’altra ugualmente impossibile –  ma in un paese europeo, il nostro – è stato lo speciale di Piazza Pulita Crack, “Fortezza Europa”, andato in onda in prima serata ieri su La Sette. La scelta è in linea con quella che il programma condotto da Corrado Formigli sta portando avanti da tempo: allargare lo sguardo dalle nostre piccole e grandi miserie per raccontare sul campo cosa succede oltre i confini europei, in particolare nei paesi dove ci sono guerre civili in corso e dove il nuovo fondamentalismo islamico si è radicato grazie alla connivenza e all’indifferenza occidentali.

La videocamera mostra ciò che mai prima d’ora era stato visto: centinaia di uomini chiusi nelle gabbie in Libia, in attesa di essere rimandati indietro, insieme alle loro mogli e ai loro bambini. Sono i più sfortunati, i profughi che, nonostante siano sopravvissuti alla traversata del deserto, non riusciranno mai ad arrivare alla costa dove gli scafisti si contendono i passeggeri. “Ormai in Libia c’è il caos”, spiega uno di loro, “mentre prima era c’erano più controlli, ora anche i ragazzini si sono messi a fare gli scafisti. Ai siriani chiediamo di più, sono più ricchi”. Per chi riesce a mettere piede sul suolo europeo non è finita: o si resta nei campi pugliesi, tra fogne e baracche piene di stracci, coi piedi che sanguinano e padroni italiani che ti chiamano “porco nero”, o si tenta di proseguire, per esempio cercando di attraversare la Manica nascosti in sacchi a pelo pieni di ghiaccio sui camion o direttamente nuoto.

Pochissimi i passaggi in studio di questo speciale, dove non ci sono ospiti in poltrona, ma solo cifre. Che spiegano le immagini (23.000 morti in mare dal 2000, 3.400 solo nel 2014), smascherano la retorica anti-immigrati (del milione di clandestini in Italia oggi ne rimane la metà, perché “l’Italia non è più l’Europa”), infine  chiariscono perché, con il passaggio da Mare Nostrum all’operazione Triton, si aggraverà la situazione di chi fugge. È vero: l’osservazione diretta di tanta sofferenza provoca in chi guarda un senso di incancellabile sconforto e anche di impotenza e non sarebbe inutile chiedersi quanto male possiamo sopportare, oggi che esistono i mezzi per mostrarlo da vicino a tutte le ore. Ma nell’epoca della caccia-al-dolore i modi per raccontarlo non sono tutti uguali e chi lo fa perché ancora crede nel giornalismo non rischia di venire confuso. Poi, visto che la xenofobia sta diventando glamour e finisce nuda in copertina, di speciali così ne servirebbe uno a sera. Magari, però, con proiezione speciale nelle aule parlamentari.

Pubblicato sul Fatto quotidiano di martedì 23 dicembre 2014.

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