L’amore (e i pasticci di maccheroni) che ti meriti

UnknownSono il pasticcio di maccheroni che la protagonista dell’ultimo romanzo di Daria Bignardi, L’amore che ti meriti (Mondadori), mangia in continuazione nei giorni in cui si svolge la storia. Lei si chiama Antonia, è una scrittrice di gialli, ma questa volta le tocca dipanare i misteri che circondano la sua famiglia e in particolare ciò che accadde al fratello di sua madre Alma, Maio, tossicodipendente, scomparso a diciassette anni. La ricerca porterà Antonia, che continua sempre a smangiucchiarmi –  da sola e in compagnia -, a conoscere altre verità, ad esempio quelle che riguardano i suoi nonni; e infatti tutto il romanzo ruota intorno al tema della verità: quella che fa bene dire (“le persone reagiscono bene alla verità: accorcia i tempi, crea intimità”) e quella che talvolta è opportuno tacere (“Certe volte ci vuole più coraggio a dire la verità che a non dirla”). E ruota, pure, intorno alla sofferenza che ne consegue: quella che nasce dal restare all’oscuro dei fatti o, al contrario, proprio dal conoscerli. Elegante, un po’ malinconico, sentimentale al punto giusto, a tratti lievemente ironico: il libro racconta Ferrara e insieme Daria Bignardi, che lo definisce un “thriller esistenziale” (anche se, per la verità, prima che accada qualcosa bisogna che siano passati almeno dieci-pause pasticcio. E poi non è forse vero che ogni romanzo lo è?). Comunque a me – umile timballo – il libro è piaciuto. Solo una cosa mi chiedo: ma perché, nonostante campeggino suggestive figure femminili, alla fine il mistero lo scopre lui (il marito), mentre il giovane Maio cade vittima della droga per colpa di un errore della sorella, che – novella Eva – gli propone di provare? Non sarà che nell’inconscio dell’autrice ci sia ancora qualcosina da scoprire? 

Pubblicato su Il fatto quotidiano, sabato 13 dicembre 2014.

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