Uteri in fuga/2: fare un figlio in Norvegia

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“Congratulazioni e auguri, siamo molto felici per lei. Questo è il calendario di tutti i suoi dati clinici. Qualora data e orari non andassero bene ci chiami e provvederemo a spostare gli appuntamenti”. La lettera dell’ospedale pubblico è arrivata a casa di Ludovica proprio pochi giorni dopo che aveva comunicato al suo medico di famiglia di essere incinta. “Qui ti scrivono tutto, dicendoti anche ciò che tu non richiedi ma che loro presumono possa esserti utile. Un’esperienza che ti lascia di stucco per chi, come me, sa cosa significhi la burocrazia in Italia”. Ludovica è un avvocato, ha 39 anni, vive a Oslo da due e ha una bimba di quattordici mesi, Francesca. Ha deciso di lasciare l’Italia abbastanza tardi (“ma lo sai che di recente un grafico italiano di 56 anni ha vinto un concorso pubblico? Qui è normale” mi racconta) anche se non avrebbe mai creduto che la sua meta sarebbe stata questa. “La Norvegia mi sembrava uno di questi posti immaginifici, delle favole, io pensavo più ad altri paesi europei. Ma dopo l’ennesimo assegno di ricerca scaduto per l’Università dove insegnavo, ho capito che se volevo che alcuni miei progetti si realizzassero sarei dovuta partire”.

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http://d.repubblica.it/attualita/2014/12/11/news/maternit_norvegia_storie_assistenza_medica_confonto_italia-2404088/?ref=HRLV-15

Immagine: Il bambino gigante, di Marc Quinn. 

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