Ma oggi è possibile dire no?

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“I would prefer not to”, “preferirei di no” è la risposta che il grigio impiegato Bartleby dà, nel racconto di Herman Melville Bartleby the Scrivener, ogni volta che gli viene chiesto di svolgere compiti diversi dal suo. Bartleby (che finirà licenziato), si presenta in ufficio come una figura “pallidamente linda, penosamente decorosa”. Esattamente come il protagonista dell’ultima commedia di Gianni Di Gregorio, Buoni a nulla: dove Gianni, impiegato statale prossimo alla pensione, si ritrova costretto da una circolare ministeriale a restare altri tre anni al lavoro, catapultato, però, dal centro storico di Roma a una maxi-sede con vista raccordo anulare. Qui potrà sopravvivere solo abbandonando la sua etica dismessa e il suo cronico understatement.

“Imparar a dire no”: questo sembra il nuovo mantra morale e educativo. Persa la grandezza politica e civile che aveva nei momenti in cui la Storia schiacciava gli individui, come nei totalitarismi (basti pensare a Il coraggio di dire di no di Mario rigoni Stern, edito da Einaudi), il diniego equilibrato viene oggi raccomandato da decine di saggi – come Le persone sensibili sanno dire di no dello psicoterapeuta svedese Rolf Sellin (Urra-Feltrinelli), o Come imparare a dire di no senza sensi di colpa, della psicologa inglese Jacqui Marson (Newton), fitti di consigli su come stabilire esattamente i confini tra noi e gli altri. E su come creare precise mappe mentali che ci consentano sia di trovare l’equilibrio più o meno perfetto tra il dare e l’avere e tra il prestare ascolto e l’essere ascoltati; sia, più prosaicamente, come recita l’icastico sottotitolo del saggio del saggista Mike Clayton Si può dire di no (De Agostini), come “sbattersi di meno per ottenere di più”. Ma lo raccontano, soprattutto, i libri per genitori: dal successo editoriale I no che aiutano a crescere, di Asha Phillips (Feltrinelli) per arrivare ai No per amare (dello psicoterapeuta Jesper Juul, sempre Feltrinelli) e in generale all’immensa manualistica “mammesca” sulle regole giuste da dare ai propri figli, segno – secondo un coro di esperti e di psicoanalisti – dell’incapacità dei genitori di oggi di sopportare la propria frustrazione e quella dei figli, così come la propria e la loro sofferenza, di fronte agli inevitabili limiti della vita.

Ma proprio qui scatta la contraddizione che il film di Gianni Di Gregorio racconta con ironia. Perché il protagonista è confuso: da un lato tenta di liberare un felice lato edonista (si scatena alle feste, impara a ballare), dall’altra si sforza di dare voce a una parte di sé, fino a allora a lui estranea, menefreghista e pure cinica. Così, comincia a servire la colazione in stanza alla direttrice e portargli a spasso il cane pur di far carriera, prende a calci le macchine in doppia fila, ruba le chiavi di un’acida, vecchia, condòmina e le butta nel Tevere, chiude in terrazzo l’agente immobiliare e i suoi familiari che vorrebbero farlo sloggiare dal suo appartamento in centro storico per un bilocale vista raccordo.

E infatti il punto è questo: imparare a dire no nel 1853, anno del racconto di Melville, non è come imparare a dire no nell’Italia della crisi e della guerra tra poveri, uscita dall’orgia degli anni Ottanta e poi dell’individualismo berlusconiano. Il difficile equilibrio tra mandare a quel paese un capo, un marito, un figlio per rispettare se stessi e lasciare spazio a un principio del piacere che non sia però antisociale – mica facile, sulla libido non si sono mai costruite città e culture, ricorda il piccolo libro-capolavoro di Freud Il disagio della civiltà – va allegramente in frantumi. Dicono gli analisti che siamo una società di narcisi, incapaci di reggere promesse e rispettare i patti, con “io” sbrindellati e pervasi di angoscia. Ma gli strizzacuori non ci hanno ancora spiegato cosa stia succedendo a questi individualisti-narcisi in cerca di gratificazione nel momento in cui la crisi economica e sociale li martella con un messaggio contraddittorio. Da un lato, nella guerra tra poveri, meglio rispolverare in fretta il vecchio, cinico, rampantismo. Dall’altro, però, specie verso chi ti offre lavoro, l’atteggiamento è opposto: altro che essere choosy, schizzinosi. Meglio prendere tutto, dire sempre di sì, arraffare qualunque cosa che non c’è n’è più per nessuno. Ma non basta, c’è un terzo messaggio ancora diverso: avendo anche capito che ormai, finito lo stato sociale e il welfare, vale solo il detto aiutati (e aiuta) che Dio t’aiuta, dire no all’ennesimo povero che ti tende la mano o all’amico licenziato non è facile: mors tua vita mea, ma domani – o forse oggi pomeriggio – potrei essere io da quella parte.

Il risultato è la totale schizofrenia morale nella quale oggi siamo, raccontata da Di Gregorio nella scena perfetta di Gianni che a un certo punto cerca di strozzare la pianta a cui ogni giorno dava l’acqua per poi pentirsene subito dopo. Nella guerra per la sopravvivenza di una società ormai povera, ma che rimpiange il fare un po’ ci pare di berlusconiana memoria, non c’è più spazio per il principio della cura. Come non c’è più spazio per la meravigliosa virtù della mitezza, lodata sia da Norberto Bobbio (in Elogio della mitezza, Il saggiatore) che da Barbara Spinelli (Il soffio del mite. Beati i miti, Qiqajon). Oggi i miti rischiano la pazzia. E alla fine, invece di imparare a dire no, quello giusto, che serve per proteggere se stessi e arginare gli altri, possono solo dire – e infatti è la chiusura del film Buoni a nulla – un disperato e insensato “vaffanculo”.

Pubblicato su Il Fatto quotidiano di sabato 15 novembre 2014.

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